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Newsletter - Speciale diffamazione - Agosto 2014 facebook.jpgtwitter.jpgyoutube.jpggoogleplus.jpg
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SPECIALE DIFFAMAZIONE

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Il dovere di informare e il diritto dei cittadini ad essere informati

Senza  informazione seria non c’è libertà: lo hanno sostenuto Dunja Mijatovic, rappresentante dell’Osce per la libertà dei mezzi di informazione, alti magistrati, l’Ordine nazionale dei Giornalisti e l’Ordine degli Avvocati di Roma a convegno nel Palazzo della Corte di Cassazione. Quando si ostacolano inchieste giornalistiche e pubblicazione di notizie su fatti socialmente rilevanti, si mette all’angolo uno degli elementi fondamentali della democrazia.  

Certo, chi inventa notizie va punito; ma chi propone inchieste su fatti accertati e documentati non può attendere di avere giustizia sotto la minaccia di richieste esorbitanti (spesso milioni di euro) che mettono per anni il silenziatore al diritto dei cittadini ad essere informati.

E’ questo l’appello che viene fatto al Parlamento dove si sta discutendo la riforma della legge sulla diffamazione a mezzo stampa.

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Diffamazione, le sanzioni devono essere in linea con le disponibilità economiche del giornalista

La diffamazione a mezzo stampa, la previsione del carcere per i reati di stampa, la querela temeraria, le sanzioni pecuniarie e il disegno di legge parcheggiato in Senato, Sono i temi trattati a Roma da  rappresentanti del mondo forense, giornalisti, magistrati, esponenti (non solo nazionali) della giustizia nel corso di un convegno svoltosi nell’Aula magna degli avvocati, all’interno del palazzo della Corte di Cassazione.

Il confronto è stato coordinato dal presidente dell’Ordine degli Avvocati di Roma, Mauro Vaglio, e dal presidente dell’Ordine nazionale dei Giornalisti, Enzo Iacopino, che hanno organizzato il meeting.

La manifestazione ha avuto un particolare significato perché si è ragionato non tanto per la tutela degli interessi di parte ma, piuttosto, per l’affermazione dei diritti del cittadino. Perché è fin troppo evidente che l’esagerata minaccia di azioni (penali e civili) limita parecchio la libertà di informazione e, dunque, penalizza la pubblica opinione.

Dunja Mijatovic, rappresentante Osce per la libertà dei mezzi di informazione, ha affrontato il tema della diffamazione in modo molto diretto e deciso: gli organismi internazionali come il Consiglio d'Europa, l'Onu e la stessa Osce, ritengono prioritario che la libertà di parola non sia criminalizzata. Nel campo dei media si devono certamente salvaguardare la privacy e la dignità delle persone, ma deve essere anche garantita la massima agibilità alla stampa, che è considerata un supporto vitale per la sopravvivenza di tutte le altre libertà. In altre parole, se la libertà di stampa è limitata o condizionata a cascata entra in sofferenza tutto il complesso dei Diritti dei cittadini.

La previsione del carcere per reati di stampa - anche se poi come in Italia sostanzialmente non si procede alla carcerazione dei giornalisti per fatti inerenti il loro lavoro - diviene un alibi per altri Paesi che colpiscono come reato opinioni politiche o religiose; si invoca spesso da parte di Paesi con ridotte garanzie in tema di diritti civili il fatto che in Italia, Germania o in Francia il carcere per reati di stampa sia scritto nei Codici.

L’analisi complessiva ha indugiato sulle normative in materia vigenti in Italia (che prevedono addirittura il carcere per il giornalista ritenuto colpevole) e, naturalmente, ha sviscerato il disegno di legge che, transitato alla Camera, è ora parcheggiato a palazzo Madama. Ipotesi di “novelle” che tutti ritengono, al momento, largamente insufficienti.

Riccardo Rosetti, giudice civile del Tribunale di Roma, nella dettagliata dissertazione ha rilevato che i magistrati capitolini negli ultimi tempi  hanno molto limitato la pesantezza dei risarcimenti liquidati: con una media di circa 27.000 euro in primo grado. Soltanto il 25 per cento delle azioni hanno trovato accoglimento.

Il consigliere di Cassazione Maurizio Fumo, della V Sezione Penale,  ha sottolineato  che sarebbe più logico parlare di “diffamazioni” di diversa gravità: intollerabili quelle innestate all’interno di notizie consapevolmente false, censurabili ma non gravissime quelle derivate da dolo eventuale.

Per Fumo anche la tanto auspicata “rettifica” (immaginata come sanatoria di errori mediatici) è, perlomeno allo stato attuale, uno strumento spuntato perché i modi e gli spazi concessi non sono, in genere, rimedi davvero seri ed adeguati.

Fumo è d’accordo, invece, con il legislatore in corso d’opera per la mitigazione della colpa del direttore: “Impossibile sorvegliare le migliaia di notizie quotidiane”.

Più severo con chi fa informazione Antonio Bevere, consigliere della V Sezione Penale di Cassazione: “Non ci si nasconda dietro alle affermazioni dell’articolo 21 della Costituzione. La stampa diventi indipendente non solo dal padrone, ma dal gusto di costruire notizie a suo piacimento. La notizia è attualità”. Insomma, per Bevere, nessuna fuga in avanti.

La professoressa Marina Castellaneta dell’Università di Bari ha tenuto una relazione sulla Convenzione europea dei diritti dell’uomo e sulle conseguenti decisioni della Corte europea di Strasburgo.

E’ emerso in modo incontrovertibile il valore che la Corte attribuisce alla libertà di stampa: “Se manca la libertà di stampa,  vengono, conseguentemente, limitati altri diritti. Non si è, ad esempio, validi elettori qualora non si venga seriamente e sufficientemente informati”.

Per la Castellaneta “la legislazione italiana è lacunosa e non conforme alle norme internazionali”.

Nel giudicare eventuali azioni per la diffamazione l’invito è a valutare la tempestività nel pubblicare, oggi fondamentale: “la notizia é un bene deperibile”.

Due ulteriori osservazioni: “Il carcere è incompatibile con la Convenzione sui diritti dell’Uomo. E le sanzioni pecuniarie devono essere proporzionate alle disponibilità economiche del giornalista. Cioè in linea con le sue tasche”.

A conclusione degli interventi dei relatori il  presidente Iacopino ha affermato: “Tra i giornalisti,  chi sbaglia deve pagare. Come Ordine non abbiamo alcun interesse a tutelare  chi fa il mestiere violando leggi e norme deontologiche. Però non accettiamo che il legislatore consenta di usare l’arma dell’azione giudiziaria come intimidazione e, dunque, blocco della libertà di raccontare e di esprimere opinioni. Minaccia tanto più grave oggi perché volta a frenare cronisti spesso pagati soltanto 5 euro a pezzo”. Sul progetto di riforma all’esame del Senato ha affermato di condividere il giudizio  del senatore Casson che non ha esitato a definirlo “bavaglino”.

Duro nel suo intervento Paolo Liguori, direttore di “Tgcom”, il quale è convinto della necessità di depenalizzare la diffamazione a mezzo stampa ed ha invitato il rappresentante dell’Osce Mijatovic ad andare avanti nel suo lavoro incalzando il governo italiano. Ha inoltre aggiunto che la libertà di stampa vale più di ogni altra cosa e non può essere compressa da leggi o da giudici. Si trovi il modo di “cambiare questa legge correggendo in meglio il testo uscito dalla Camera ed attualmente in discussione al Senato”.  

Chiaro anche Umberto Brindani, direttore di “Oggi”, che ha evidenziato l’importanza di iniziative come questa sui diritti dei giornalisti e quindi dei cittadini a essere correttamente informati. Brindani ha auspicato “la necessità di una rivisitazione,  una riscrittura della normativa ferma ancora alla legge del ’48, che sanziona il direttore di una testata non tenendo conto che i giornali attuali sono di gran lunga diversi da quelli di 66 anni fa. La mole di notizie che vengono pubblicate e l’alto numero di pagine prodotte non consentono al direttore un reale controllo che viene di fatto demandato ad altre figure della cosiddetta catena di comando”. 

Brindani ha poi toccato il problema della privacy che, “unitamente al pericolo delle querele per diffamazione rischia di provocare una sorta di autocensura del giornalista”. Il direttore di “Oggi” ha infine invitato le forze politiche a “depenalizzare il reato, ad attribuire più valore alla rettifica, a scoraggiare l’abuso di querele e a ridurre il termine prescrizionale per le azioni civili a un massimo di un anno”.


La battaglia di civiltà di Dunja Mijatovic

Dunja Mijatovic dal 2010 è la rappresentante per la libertà dei Media nell'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa. All’Osce aderiscono 57 Stati. Questo organismo, che ha sede a Vienna, è impegnato a garantire la pace, la democrazia e la stabilità a oltre un miliardo di persone. Il mandato di Dunja Mijatovic è stato rinnovato lo scorso anno fino al 2016.

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Originaria di Sarajevo (Bosnia-Erzegovina), la Mijatovic è famosa per avere scritto, lo scorso anno, una lettera all’allora ministro degli Esteri Emma Bonino in cui invitava l’Italia a depenalizzare il reato di diffamazione e si definiva preoccupata per le pene inflitte a due giornalisti.

“L'Italia riformi la legge e depanalizzi il reato di diffamazione. In una moderna democrazia nessuno dovrebbe essere imprigionato per quello che scrive”.

Nella lettera al ministro Bonino, Mijatovic sottolineava che la Corte europea dei Diritti dell'Uomo ha stabilito ripetutamente che “la reclusione per il reato di diffamazione è sproporzionata e dannosa per una società democratica”.

“I tribunali civili sono del tutto in grado di rendere giustizia alle rimostranze di coloro i quali si ritengano danneggiati nella propria reputazione”, sono le parole della Rappresentante per la libertà dei Media nella lettera pubblicata sul sito dell’Osce.

“La reclusione per diffamazione ha un grave effetto raggelante che mina l'efficacia dei mezzi di comunicazione. Continuerò a lavorare a stretto contatto con le autorità italiane per promuovere la depenalizzazione della diffamazione. Dovrebbe essere fatto presto per evitare ulteriori accuse di diffamazione e per stimolare l'attività giornalistica investigativa” sottolineava nel marzo dello scorso anno la rappresentante per la libertà dei media dell'Osce, che a Roma, nel convegno svoltosi alla Corte di Cassazione di cui abbiamo riferito in questo numero speciale della newsletter, ha esortato tutti gli altri Stati membri dell'Organizzazione che hanno leggi penali sulla diffamazione, ad abrogarle.

 
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OG Informazione - a cura dell'Ordine Nazionale dei Giornalisti
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